Tiger Mask (L'Uomo Tigre), fumetto e poi cartone animato creato da Jkki Kajawara
e Naoko Tsuji.
Nel 1947 il rinnovatore Osamu Tezuka applicò al fumetto giapponese le tecniche narrative apprese dai disegni animati americani. Da statica, quasi teatrale, la narrazione diventò estremamente visiva, con l'uso di lunghissime sequenze mute fatte di primi piani, campi lunghi, carrellate, campi e controcampi; di intere pagine messe insieme con il ritmo e i tempi di uno story-board ove azione e sentimenti sono affidati quasi esclusivamenti all'immagine.
L'impaginazione delle tavole è estremamente libera; molti disegni vanno a margine', le vignette non sono squadrate in modo regolare e le tecniche di esecuzione sono miste.
È difficile incontrare un fumetto completamente realistico' secondo i nostri canoni: come nelle antiche pergamene, anche nelle storie più drammatiche compaiono simultaneamente particolari naturalistici e altri fortemente caricaturali, deformati secondo codici a noi sconosciuti (chi dorme emette bolle dal naso; chi è eccitato sessualmente lacrima gocce di sangue). I grandi occhi rotondi che caratterizzano molti personaggi non derivano, come alcuni pensano, da una sorta di rivalsa nei confronti di quelli a mandorla. Ispirati, all'inizio, da quelli dei cartoni umoristici occidentali, sono stati subito utilizzati per esprimere una vasta gamma di sentimenti per mezzo di riflessi disposti nell'iride seguendo precisi codici.
Negli originale Manga nipponici il senso di lettura delle pagine è, ovviamente, ribaltato: si parte dalla prima vignetta in alto a destra della pagina di destra e si procede verso sinistra. Le nuvolette' con le scritte sono molto ampie e verticaleggianti secondo la direzione della scrittura.
Anche gli effetti sonori non hanno nulla a che vedere con i nostri Manga occidentali: Bakki è l'impatto di un pugno; Zaa una pioggia torrenziale; Goo il grido di guerra di Mazinga. C'è persino il suono del silenzio (Shiin).
I temi e lo spirito delle storie sono a loro volta impregnati dalla cultura e dalla tradizione locale.
LE TEMATICHE
Edizione in volume di "Candy Candy", di Mizuki e Igarashi.
Riviste e libri a fumetti sono destinati a target specifici e ben individuati per sesso ed età: bambini e bambine, ragazzi eragazze, uomini e donne; un vasto settore di Man-Ga è riservato alla pornografia.
I temi, trattati a vari livelli, a seconda del target, sono estremamente diversificati: storie romantiche (come la popolare Candy Candy); racconti sportivi con particolare enfasi sul baseball e pallavolo ma anche calcio, tennis ecc... e naturalmente le varie forme di lotta e arti marziali; non mancano inoltre racconti di magia, fantascienza (ove si sposano le tematiche dei supereroi e dei robot) poliziesco (con una predilezione per gli eroi negativi, come ladri e killers), orrore, storie di animali, fiabe, episodi storici, leggende, ecc. Nell'80% dei casi i protagonisti e gli ambienti di queste storie generiche sono giapponesi; una lodevole autonomia da modelli stranieri, ma anche un indicativo nippocentrismo che lascia trasparire una notevole sindrome da invasione per quanto riguarda i racconti di fantascienza. La civiltà aliena che decide di conquistare la terra inizia inevitabilmente attaccando il Giappone, così come è sempre giappo- nese lo scienziato che salva il mondo dagli extraterrestri.
Anche il mondo del lavoro è notevolmente in considerazione dagli autori di manga e di catoons; il giapponese è, generalmente, molto fiero dellà sua professione di qua- lunque essa si tratti. Parecchi Man-Ga sono dedicati dunque a particolari lavori, ivi compresi quelli per nulla avventurosi come ad esempio la pesca all'amo.
ALCUNE CHIAVI DI LETTURA
Tetsuvan Atom (Astroboy), il personaggio più famoso di Osamu Tezuka.
Anche se i fumetti giapponesi non sono diffusi nel nostro paese come in patria, conosciamo la maggior parte dei protagonisti grazie ai cartoni animati a loro ispirati, come per esempio Heidi introdotto in Italia nel 1976).
a) Bisogno di riuscita e lavoro di gruppo.
Il bisogno di riuscire e una componente tipica del carattere giapponese, e si riflette, dunque, in tutti i prodotti destinati al consumo di massa. La riuscita non però di carattere personale, come nelle società occidentali, ma di gruppo: il singolo è di per se stesso potente, ma raggiunge il massimo delle possibilità unendosi ad altri singoli; vi ricordate i famosissimi robot scomponibili degli anni '80? Costituiti da potentissimi pezzi separati, e invincibili una volta che i pezzi si sono messi insieme, rappresentano schematicamente questo meccanismo sociale. Sono favoriti i gruppi di cinque elementi (cinque ragazzi, cinque componenti di robot, ecc., donde il ri-correre della sillaba Go, in questo caso '5', nelle denominazioni dei robot) perché, nella società feudale, il gruppo che rappresentava gli interessi e le rivendica-zioni di un intero villaggio era composto, appunto, da cinque persone.
b) vecchi, bambini e orfanelli
Vecchi e i bambini sono entrambe categorie privilegiate; la prima perché ha già dato molto alla società; la seconda perché ha diritto di divertirsi liberamente prima di entrare a far parte del rigido schema che gli permetterà di `dare' a sua volta. Ecco dunque il perché del frequente ricorrere dell' abbinamento vecchio-bambino, sentito, del resto, anche in Occidente; ed ecco la ragione della quasi ossessiva presenza di protagonisti ragazzini (le speranze del futuro) in storie di ogni genere. Le penose e tanto deprecate vicende a base di orfanelli alla ricerca della madre e/o del padre non derivano da un deliberato desiderio di far presa sui più zuccherosi sentimenti occidentali (anche perché, fumetti e disegni animati nascono essenzialmente per il consumo interno), quanto da due problemi sociali assai sentiti nel paese: la ricerca di un'identità nell'ambito di una famiglia.
c) le lacrime facili
Esistono, nella cultura giapponese, sentimenti che possono essere espressi ed altri che non possono esserlo; manifestazioni accettate' ed altre non accettate.
Le lacrime, che in fumetti e disegni animati scorrono copiosissime anche da occhi maschili, sono accettate in quanto solitamente derivano dal pentimento (un sentimento nobile) per essere stato prepotente (nel senso di individualista) in una società che privilegia il rapporto di gruppo.
Esempio di copertina a "grafica composita" tipica delle riviste nipponiche.
L'indice di alfabetizzazione in Giappone ha raggiunto gia nel 1980 il l00%, e non è un caso, dunque, se il giapponeselegge più di qualunque altro popolo al mondo. Basta viaggiare in treno o in me tropolitana, oppure sostare nella hall di una banca o a un ristorante per rendersene conto. Tutti (dall'impiegato alla massaia al lottatore di Sumo) sfogliano freneticamente una rivista; nellè librerie decine di Tachi-Yomi (`lettori in piedi') intasano i passaggi tra gli scaffali, divorando una pagina dopo l'altra di libri o di Man-Ga. Già, perché i fumetti sono trattati alla stessa stregua degli altri generi letterari, e vengono collocati con la stessa dignità dei libri che noi definiamo seri . Forse questo atteggiamento estremamente rispettoso ha qualcosa a che vedere con il fatto che i Man-Ga costituiscono un business estremamente redditizio: circa il 30% dell'intero mercato editoriale; circa cento milioni di copie vendute al mese, nove volte l'Italia, cinque volte gli Stati Uniti.
Le case editrici (in Giappone ce ne sono a centinaia) totalizzano, da sole, oltre 60 milioni di mensili di esemplari venduti.
Le riviste, diperiodicità settimanale o mensile, stupiscono per la loro mole: fino a 450 pagine formato 18x26, per uno spessore da uno a quattro centimetri.
Come tutti i libri giapponesi si aprono `al contrario; la loro copertina è in genere caratterizzata dalla famosa grafica-còcktail e contengono giochi, rubriche, servizi, molta pubblicità e, naturalmente, le storie a fumetti.
Le più vendute sono i settimanali per ragazzi e i mensili per ragazze.